Lo ammetto, il primo articolo di settembre è ogni anno il più particolare da scrivere. Si dovrebbe parlare di rientro alla routine della quotidianità giusto? Ma come? Con quale linguaggio? In giro, su post, giornali, riviste se ne parla così: “come affrontare l’ansia da rientro”, “stavamo meglio in vacanza”, “crisi da rientro in ufficio”, “siamo fatti per sognare e non per stare incastrati alla scrivania”, ecc. ecc.
Qui di seguito qualche recente esempio:

Niente di nuovo, ogni settembre è sempre la stessa storia trita e ritrita che però non è per nulla innocua. Questo tipo di comunicazione, con questi messaggi, si infila tra le trame della mente umana portando tante persone a vedere e vivere il rientro al lavoro, e il lavoro stesso, come il male dei nostri tempi.
Ma come faremo mai a migliorare qualcosa che non accettiamo, a cui non teniamo, qualcosa di cui non abbiamo cura e rispetto e che consideriamo dannoso?
Questo storytelling, forse acchiappa like, non è solo superficiale, ma dannoso per il nostro benessere e per il benessere dei nostri luoghi di lavoro, specialmente in un periodo dell’anno che richiede concentrazione, entusiasmo e vitalità per cominciare nuovamente e delicatamente. Non ri-cominciare, attenzione! Perché ogni settembre, tutti noi abbiamo l’opportunità di scegliere tra rientrare e ripartire o ripensare i nostri ambienti e la nostra vita per renderli migliori di come li abbiamo lasciati.
Pensaci un attimo: a cosa saranno servite le vacanze o i tempi più lenti e calmi se poi quando si torna all’opera è tutto come prima? Le vacanze non dovrebbero arricchire il nostro bagaglio di benessere e armonia a lungo termine?
Il ri-entro, come in molti lo chiamano, non è una condanna all’infelicità e al sacrificio per lunghi mesi davanti a noi, fino a tirare un respiro di sollievo, di nuovo, a Natale. Il nuovo inizio o cominciare nuovamente (sono frasi che personalmente preferisco) sono l’occasione per (ri)pensarci, per pensare nuovamente a noi e al nostro stare bene anche mentre lavoriamo e fare delle buone scelte.
In questo settembre, ad esempio, scegli di rientrare al lavoro e alla tua vita di sempre o scegli di (ri)pensare il tuo modo di lavorare e vivere?
Ne ho anche accennato in questo post
Ma iniziamo proprio dal linguaggio!
IL LINGUAGGIO CHE FA BENE E IL LINGUAGGIO CHE FA MALE, A NOI E AL LAVORO
Come parli del tuo lavoro, di te a lavoro, con le persone al lavoro? Il linguaggio ha un potere straordinario e può influenzare profondamente le nostre emozioni, i nostri stati d’animo e il nostro benessere oltre a quello collettivo dell’ambiente in cui le nostre comunicazioni avvengono. Tra questi, sicuramente l’ambiente di lavoro che possa essere uno spazio fisico in presenza o lo spazio digitale condiviso di una call. Ecco alcune riflessioni su come il linguaggio può fare bene o male.
Il linguaggio che fa bene
Parlare bene e utilizzare un linguaggio costruttivo può avere un impatto significativo non solo sul lavoro, ma anche sul nostro benessere e sulla nostra salute. Ecco alcuni dei principali benefici:
- Parole di incoraggiamento: Frasi come “Vediamo cosa porterà questa nuova parte dell’anno” o “Rendiamo sani e sostenibili gli obiettivi che vogliamo raggiungere”, domandare “Come ti fa sentire lavorare su questo progetto con questi obiettivi?” possono aumentare la fiducia in sé stessi, nei team, migliorare il benessere emotivo e motivare le persone a raggiungere traguardi in modo sano e condiviso.
- Complimenti sinceri: Riconoscere i successi e le qualità positive degli altri può migliorare le relazioni e creare un ambiente positivo.
- Empatia, gentilezza e comprensione: Usare un linguaggio gentile che mostra comprensione e supporto può aiutare a costruire connessioni più profonde e a ridurre lo stress giornaliero.
Il linguaggio che fa male
- Critiche distruttive: Commenti negativi e non costruttivi possono abbattere l’autostima e creare risentimento all’interno dei gruppi di lavoro. Frasi come “Qui non cambia mai niente” influenzano negativamente il clima lavorativo e il benessere psico fisico dei singoli.
- Polemiche inutili e pettegolezzi: Parlare alle spalle degli altri o alle spalle della propria azienda/organizzazione di cui si è parte può creare un ambiente di sfiducia e ostilità.
- Luoghi comuni e frasi automatiche: Frasi come “Si stava meglio in vacanza”, “Quando arriva venerdì?” o “Sono già stanco/a” sono l’esempio lampante di un linguaggio depotenziante e limitante in assoluto. In questi casi, meglio restare in silenzio e riflettere sulle conseguenze di certe frasi.
Ricorda che le parole hanno un impatto duraturo, ci si abitua alle parole che più spesso scegliamo; quindi, è importante usarle con cura e consapevolezza. Le dinamiche negative che si innescano attraverso un cattivo uso delle parole, anche come apparenti semplici battute, devono essere subito interrotte per cambiare binario immediatamente o queste si evolveranno in pettegolezzi, conflitti inutili e malcontento generale.
Parlare bene e con cura di ciò che facciamo è essenziale per fare bene il nostro lavoro, per stare bene con noi stessi e con le persone con cui collaboriamo.
Pensare bene è il passo precedente, perché le parole servono a riportare quello che già circola tra i nostri pensieri. Qui non si tratta di “pensare positivo” ma di pensare in modo funzionale e intelligente: forme di pensiero in grado di andare oltre le criticità e capaci di creare miglioramenti.
E tu cosa ne pensi?
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Debora De Nuzzo
Consulente per il Benessere Organizzativo, Formatrice e Mindset coach. Ha fondato DDNstudio, un’azienda che si occupa di creare percorsi formativi e strategie per il benessere personale e organizzativo. Formatrice aziendale e Docente in scuole e università. Personal Coach di professionisti, imprenditori e imprenditrici. Arricchisce costantemente i suoi studi nel campo della formazione e del coaching per creare e proporre le migliori soluzioni organizzative e formative in grado di aiutare le persone e le aziende a lavorare e vivere meglio in un clima sano, costruttivo, sostenibile del benessere e dell’armonia vita lavoro di tutti. Armonia è il suo nuovo libro che ha vinto la terza edizione del Premio letterario di Saggistica economica e sociale del Sole 24 Ore.
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